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Paolo Fabbri: dall’arte all’artificazione

Laboratorio di cambiamenti e anticipatrice di fenomeni futuri, ma anche, oggi più che mai, terreno ibrido contaminato dal mercato: intervistato durante l’ultimo convegno AISS, il semiologo Paolo Fabbri riflette sulla natura e sulle derive dell’arte

«L’arte, come la comunicazione, può avere un valore performativo e quindi trasformare i concetti ma anche le persone, chi produce e soprattutto chi riceve»: è in questa abilità, finalizzata all’azione concreta, che arte e comunicazione sono sorprendentemente simili secondo il semiologo Paolo Fabbri.

Intervistato a margine del convegno annuale dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, Fabbri riflette sulla natura dell’arte contemporanea, che – dice – «ha una missione duplice: da un lato, trasmette informazioni e prospettive nuove; dall’altro lato, opera sulla trasformazione del sensibile, della percezione. Un esempio? L’arte, oggi, lavora profondamente sul disgusto: non lo fa per comunicare il disgusto in sé, ma per trasformare le categorie del gusto».

L’arte, quindi, agisce sulla realtà, e qualche volta è addirittura in grado di anticiparla: «Quando le avanguardie costruivano testi combinatori – ricorda Fabbri – di fatto anticipavano le possibilità che i computer hanno poi utilizzato nel montaggio testuale illimitato: l’ipertesto per definizione».

Tornando al legame tra arte e comunicazione, Paolo Fabbri conclude: «L’attuale mercato dell’arte sta divorando la produzione artistica. Un’artificazione generalizzata sta trasformando in arte ciò che non lo era – penso al design, alla musica hip hop, alla danza – e questo è dovuto all’impiego della comunicazione a scopo capitalistico».

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